Francesco Bertolini. La crescita infinita è una follia

Gloria VanniMondi e SostenibilitàFai una conversazione

Francesco Bertolini.

Francesco Bertolini.

Non ama la parola sostenibile: grazie professore! Meglio parlare di equilibrio. Ecco perché nel mio titolo c’è squilibrata invece di insostenibile. Da due decadi Francesco Bertolini si occupa di ambiente. E di economia ambientale. Da Treviglio, in provincia di Bergamo, va a Milano per laurearsi in Bocconi.

Del bocconiano ha poco o nulla. Anzi, è l’antitesi dello stereotipo made in Bocconi. Non solo per il suo modo di esprimersi: comprensibile, umano, informale, diretto. Ricercatore in Bocconi, presidente del Green Management Institute. Un uomo che sta bene nella sua pelle. E lo trasmette. Gira Milano in bicicletta – come mai non ci siamo mai incontrati? – e, a seconda della stagione, coltiva fragole e meloni a Treviglio.

Dopo la laurea, lavora in Bocconi. Si occupa di sanità. Poi, scappa negli Stati Uniti e si confronta con tematiche lontane, ancora poco metabolizzate, dai sistemi accademici e industriali. L’ambiente, appunto. Torna con un libro: Green Management. L’ecologia come vantaggio competitivo per l’impresa. Quel testo – scritto con Gabriele Troilo, pubblicato nel 1996 da Egea, introvabile oggi, prezzo di copertina 18,59 euro -, è il modo in cui viviamo ecologia e ambiente. A distanza di quasi vent’anni, Francesco Bertolini rinnega la sua opera. Ma come, professore? Perché ha cambiato pensiero. Cioè?

«Non vedo più l’ecologia come vantaggio competitivo ma come centro, fulcro attorno al quale fare girare l’attività economica d’impresa. Altrimenti è solo un alibi.

L’alibi di un sistema che non ha nessuna intenzione di cambiare. Questo è green washing. Non mi piace la parola crisi, preferisco parlare di cambiamento. Abbiamo una straordinaria opportunità di cambiare. Spero sia davvero un cambiamento radicale Che non sia limitato dal rilancio dei consumi, con sostegno a produzioni prive di logica ambientale. Credo in un cambiamento che consenta di ripensare produzione e consumi verso modelli che siano più in equilibrio. Un equilibrio tra ciò che è prelevato e ciò che è restituito all’ambiente, in modo che questo possa rigenerarsi e ritornare a come era, prima del nostro intervento. La crescita infinita, in un mondo finito, può essere sostenuta solo da un folle o da un economista».

Detto da uno che entra ed esce dal tempio dell’economia italiana, c’è da riflettere. Lascio ad altri la follia, cerco di capire e condividere l’economia coniugata all’ambiente.

BIOECONOMIA ED ECOLOGIA INDUSTRIALE

Dalla rivoluzione industriale in poi, da 250 anni circa, l’economia è prelievo di materie prime. Materie trasformate dalle industrie in prodotti. Prodotti consumati dai consumatori e, infine, smaltiti in qualche modo. A questo punto entriamo nella bioeconomia. Che per Bertolini è l’unica via del cambiamento di cui sopra. Perché

«La bioeconomia parte da materie prime rinnovabili, trasformate in prodotti. Prodotti che, alla fine del loro ciclo di vita, sono reintrodotti nell’ambiente attraverso sistemi di compostaggio. Tutto rientra nella bioeconomia in chiave di equilibrio tra ciò che è prelevato e restituito all’ambiente. Dobbiamo consentire all’ambiente di rigenerarsi.

Solo così possiamo ridurre il nostro debito ambientale. Quando non è possibile un ritorno diretto, occorre allargare il concetto di filiera produttiva e far sì che i rifiuti di un settore industriale diventino materia prima di un altro. È l’ecologica industriale che conta, non quella di sistema. Abbiamo purtroppo creato dei mostri. Tecnici che hanno risposte precise per ogni problema. Non è possibile. Occorrono risposte complesse a problemi complessi».

Si dice che il 20% dei messaggi pubblicitari utilizzi l’ambiente. Abbiamo Suv che sfrecciano sulle montagne, in mezzo al deserto, in spazi dove possiamo fare qualsiasi cosa. Non è vero. Nella realtà il nostro Suv è imbottigliato nel traffico cittadino, come le nostre illusioni. Io sono un’ottimista cosmica. Bertolini si definisce un pessimista. Cosa facciamo? Come essere attivi protagonisti di questo rivoluzionario cambiamento?

«Dobbiamo essere più attenti a ciò che consumiamo. Dobbiamo acquisire maggiori informazioni Anche se a volte è un’utopia. Si parla tanto di tracciabilità e la bevanda più famosa al mondo è coperta da segreto. Sintesi: non sappiamo cosa beviamo. Dobbiamo chiederci da dove arriva ciò che mangiamo e beviamo.

Le nostre scelte devono premiare chi ha una storia credibile, chi ha costruito qualcosa. Ci sono aziende che sono partite dall’obiettivo di risolvere il problema ambientale per fare business. Il contrario è il paradigma dominante. Un paradigma da scardinare. Così come è indispensabile smettere di pensare solo al proprio orticello».

COMPOSTABILE: RITORNO ALLA NATURA

Dobbiamo cambiare. La buona notizia è che, nonostante tutto, sembra che la nostra consapevolezza stia crescendo.

Lo dimostrano alcune rivoluzioni che non hanno causato le catastrofi annunciate da chi perde quote di mercato e tende a ostacolare le innovazioni.

Come il divieto di fumo nei luoghi pubblici.

Come la raccolta differenziata.

Come l’utilizzo degli shopper.

Benché l’Italia sia in Europa la nazione più refrattaria al rispetto di leggi e regole, è stata la prima a mettere al bando i sacchetti in plastica. Con risultati positivi: dal 2011 a oggi, i sacchetti in plastica sono diminuiti del 50% nella grande distribuzione organizzata (GDO). Ma, “fatta la legge, trovato l’inganno”, come spiega Bertolini:

«I sacchetti con la scritta biodegradabile: non sono compostabili. Cosa significa compostabile? Che messo nel terreno, in situazioni particolari, torna a essere un elemento naturale. Quindi, si trasforma da inquinante a nutriente. I sacchetti biodegradabili costano pochissimo a livello di produzione ma sono venduti a prezzi altissimi. Però, sono in plastica additivata. Cioè, posseggono additivi che rompono la plastica in tanti pezzetti che non sono assorbibili dal terreno. Sacchetti che si riconoscono al tatto. Il fruttivendolo e il piccolo negoziante non sanno che è una truffa. Truffa che dovrebbe terminare ad agosto. Poi, tutto è degradabile. Anche le scorie nucleari. Forse in due milioni di anni».

Dunque, gli shopper devono essere compostabili e non biodegradabili.

Tra l’altro, è bene ricordare che bio è riferito solo a cibo e bevande, eco a tutto il resto, sacchetti inclusi.

Eccoci entrati nella querelle tra prodotti biologici ed ecologici.

Il primo è associato a un effetto diretto: una mela bio mi permette di non ingerire pesticidi, quindi l’abbino alla mia salute.

Una penna ecologica dà un beneficio collettivo, indiretto.

Un concetto difficile per noi italiani. Però, anche qui ci sono segnali di cambiamenti. Siamo meno interessati ai vantaggi diretti e prendiamo più in considerazione quelli indiretti. Ovvero, siamo meno egoisti-egocentrici e più socialmente etici e responsabili. Come conferma il professore:

«Il bikesharing sta avendo notevole successo a Milano: siamo a 3.187 biciclette e continuano ad aumentare le stazioni cittadine. Per il carsharing l’Italia è ai primi vagiti in confronto all’Europa. Il segnale, però, c’è: abbiamo scelto di rinunciare al possesso per entrare nella logica dell’accesso. Perché è inutile possedere, è sufficiente avere la mobilità, il servizio anziché il prodotto. Aggiungo: finalmente! Perché abbiamo speso un sacco di soldi e raccontato tante balle per diffondere il verbo che è necessario rispettare l’ambiente.

Balle perché i risultati sono negativi. Nei paesi ricchi, ad alto reddito, l’impronta ecologica continua a crescere. L’impronta ecologica è la quantità di materie prime necessaria a soddisfare i nostri bisogni. La raccolta differenziata, di cui sono un sostenitore, è sempre raccontata a metà. Non raccontiamo mai i volumi complessivi di rifiuti pro capite l’anno. Perché se dividiamo meglio gli sprechi, senza ridurli, non andiamo da nessuna parte. Questo è il problema di un sistema che deve cambiare. Non possiamo guardare il problema parziale. Penso che i corsi di marketing ambientale siano fuorvianti. La Green può essere una fase di transizione dalla Brown alla Blue Economy. Non può essere un modo per continuare ad aumentare il nostro debito ambientale. Abbiamo 5 milioni di case vuote e continuiamo a costruire. L’unica edilizia sostenibile è quella del “non costruire”».

MENO POSSESSO DI PRODOTTI, PIÙ ACCESSO A SERVIZI

Dalla Brown alla Blue, via Green Economy. La Blue Economy di Gunter Pauli è il Design Sistemico di Luigi Bistagnino È anche la bioeconomia di Francesco Bertolini. Che si definisce un «ricercatore di una scienza poco nobile come l’economia». E aggiunge:

«È in assoluto la scienza meno nobile! Faccio valutazioni economiche. Evidenzio quali sono le conseguenze economico-ambientali legate alla diffusione di determinati prodotti, esplicitandone i costi nascosti. L’Italia non ha un sistema paese ma possiede straordinarie individualità è la nostra forza/debolezza. Le piccole aziende che inventano prodotti amici dell’ambiente e a impatto zero si trovano più facilmente da noi che altrove. Dove ci si muove secondo le norme. Norme che consentono una crescita omogenea ma appiattiscono l’eccellenza.

È il caso di Bioplanet, azienda fondata dal grande Giorgio Celli che produce coccinelle e altri insetti predatori. Utili per l’agricoltura perché aiutano a ridurre i pesticidi. Vende tantissimo all’estero e pochissimo in Italia. Spesso il problema dell’ambiente non è recepito in modo corretto. «È un problema che non mi tocca», si dice. Non è vero!

Perché? Prendiamo le lettiere dei gatti, altro problema ambientale. Perché si producono ogni anno 350 mila tonnellate di rifiuti, mezzo chilogrammo di rifiuti al giorno. Oggi sono disponibili le lettiere vegetali, fatte con gli scarti dell’orzo che si possono gettate nel water e nel giardino di casa. Sono quindi compostabili, assimilabili all’organico. Lettiere che ci consentono di risparmiare 60/70 milioni di euro l’anno per lo smaltimento di quelle minerali. Somma pagata da tutti, anche da chi non ha gatti. Ecco perché l’ambiente è una questione di tutti.

Dove vogliamo andare? Cosa vogliamo essere tra 10/15 anni? Noi ambientalisti abbiamo la forza, la capacità, il linguaggio per utilizzare la logica ambientale e coniugarla a quella economica? Non è facile essere autorevoli interlocutori. Io non voglio essere partecipe di un ambiente vissuto come allegato di un sistema che non ha intenzione di cambiare. Questo è green washing. Io devo intervenire dalla cabina di regia».

Da una decina d’anni la cabina di regia di Francesco Bertolini è il Gren Management Institute.

Annovera eccellenze italiane come Bioplanet, Lurisia, Novamont, Valcucine… Istituto creato da Clemente Nicolucci, chimico della Favini di Rossano Veneto. Azienda in provincia di Vicenza che vent’anni fa produceva, e tutt’ora produce, carta e altri prodotti con scarti agricoli e vegetali: alghe, mais, vino…

Oggi il Green Management Institute è un riferimento nazionale per chi opera secondo la bioeconomia. Raccoglie imprese e persone che dimostrano come qualunque attività possa essere impostata in chiave di massimo rispetto dell’ambiente. C’è chi parte dai rifiuti, chi dall’ambiente, chi dalla difesa delle tradizioni, chi dai prodotti e dal lavoro minacciati da estinzione.

Siamo l’unico paese europeo a non avere un partito politico verde. Questo vorrà pur dire qualcosa.

Per fortuna, in Italia ci sono persone che colmano le mancanze politiche e legislative con il proprio impegno sostenibile.

Ogni giorno, tutto l’anno. E non chiamiamoli pionieri, visionari, sognatori. Semmai sono modelli, da copiare. Copie senza limiti di copyright, diritto d’autore.

Gente per cui il 5 giugno, Giornata Mondiale dell’Ambiente, è un giorno come un altro.

About Gloria Vanni

Ciao, sono Gloria, giornalista, blogger, digital copywriter, divulgatrice digitale. Amo creare connessioni tra persone e cose. Scrivo articoli per blog, pagine e media online. Andare controcorrente è nel mio Dna. Lo so da quando scappavo dall'asilo in cerca di idee e passioni. Sogno, sorrido, condivido.
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